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Quando si usa "li" e quando "gli"!

Ultimo Messaggio di Leonov il:
  1. #1
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    Quando si usa "li" e quando "gli"!

    Ciao a tutti, scusate l'intromissione, ma cortesemente vorrei sapere se riuscite a chiarirmi questo dubbio che mi porto appresso da sempre XD!!...Non riesco a capire quando si debba usare "li" o quando "gli"..come ad esempio in frasi come "riportaglielo", "gli è piaciuto il film", "cosa li fanno a fare questi spaghetti" ecc ecc....Grazie mille per l'aiuto e il chiarimento!!

  2. #2
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    Ciao Loris e Benvenuto nel Forum gt.

    Provo a rispondere alla tua domanda.

    La differenza tra "gli" e "li" dipende da uso e funzione di queste due parole all'interno dello scritto: in alcuni casi va bene solo "li", in altri solo "gli", in altri ancora è accettabile un'oscillazione.

    Vediamo un po' di teoria per capire: li e gli sono entrambe forme atone pronominali, cioè parti del discorso che si usano al posto del nome nei complementi, in particolare il complemento oggetto e quello di termine.

    Entrambi gli elementi si usano solo al maschile (l'uso col femminile è un grave errore, vedi dopo).


    - "Li"

    È usato come pronome nella costruzione del complemento oggetto quando questo è maschile plurale (per il maschile singolare si usa "lo"; per il femminile al singolare si usa "la", al plurale "le").

    Esempio:

    «Hai visto i film di James Cameron? Sì, li vedo sempre con grande piacere.»


    Si riconosce il complemento oggetto, infatti da: [Io (soggetto) vedo (verbo / azione) i film (complemento oggetto, maschile plurale) con piacere (complemento di modo)], il complemento oggetto nella specifica frase, invece di essere espresso con il nome ("i film"), viene sostituito dal pronome ("li").


    Esempi di complementi oggetti con le altre forme atone:

    «Mi dai il coltello? Te lo porto subito.» (maschile singolare)

    «Dov'è la coperta? Ricordo di averla vista sul letto.» (femminile singolare)

    «Quando arrivano le ragazze? Non saprei, ora le chiamo al telefono.» (femminile plurale)



    - "Gli"

    È usato come pronome nella costruzione del complemento di termine quando questo è maschile singolare (per il maschile plurale si usa la forma pseudo-atona "a loro"; per il femminile al singolare si usa "le", al plurale "a loro").

    Esempio:

    «Giuseppe ha freddo, guarda come trema. Non gli hai dato la tua giacca a vento, ora prenderà un raffreddore»


    Si riconosce il complemento di termine nella frase; infatti è [Tu (soggetto) non hai dato (verbo / azione in forma negativa) la tua giacca a vento (complemento oggetto) a lui (complemento di termine)], con "a lui" che nella specifica frase invece di essere espresso per esteso viene sostituito dal pronome ("gli").


    Esempi di complementi di termine con le altre forme:

    «I ragazzi hanno fame: porta loro un piatto di zuppa.» (maschile plurale)

    «Hai telefonato a Federica? Le hai ricordato di prendere il passaporto?» (femminile singolare)

    «Le domestiche sanno dov'è il sale; domandalo a loro.» (femminile plurale)



    P.S.: Alcuni dicono "gli" anche per il maschile plurale e il femminile plurale nel complemento di termine; il primo caso è accettabile nel parlato familiare, nel gergo e raramente nello scritto (esistono attestazioni storiche), dove è generalmente preferibile usare "loro"; il secondo è inequivocabilmente un errore; pertanto non si dice (l'asterisco vicino ad una parola significa che è usata in modo sbagliato):

    - «I tuoi figli sono incorreggibili: prova a *parlargli»

    - «Le ragazze fanno troppo rumore: ora *gli dico di smetterla»

    Ma si dice invece, correttamente:

    - «I tuoi figli sono incorreggibili: prova a parlare con loro»

    - «Le ragazze fanno troppo rumore: ora dico loro di smetterla»


    In caso di altri problemi, siamo qui a disposizione.

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  3. #3
    Utente Premium L'avatar di clubbu
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    Leonov sei semplicemente stupendo!

  4. #4
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    Grazie Clubbu.

    Il merito, comunque, è tutto dell'ottima Grammatica Italiana di Luca Serianni, da cui ho ricavato le regole per costruire gli esempi.

    Ci sarebbe molto altro da dire (il libro va avanti parecchio con l'argomento), ma come introduzione il precedente post dovrebbe essere sufficiente.

    In caso di altre questioni, come detto, restiamo a disposizione.

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  5. #5
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    buonasera, ho letto il post precedente in risposta al quesito su gli e li e la loro funzione.
    Il mio dubbio sta ne fatto che, partecipando a discussioni su altri forum o anche personalmente con professori o comunque amanti della lingua sono incappato su chi sostiene che la forma atona pronominale "gli" possa essere usata nel complemento oggetto al maschile plurale.
    Giustificando ciò col fatto che l'italiano come credo tutte le altre lingue si sia formato ed evoluto anche con l'apporto della prassi letteraria di scrittori di riferimento come Dante e Manzoni.
    Dunque sostenendo che alcuni di questi scrittori di riferimento abbiano usato la forma atona pronominale "gli" anche riferita al plurale maschile nel complemento oggetto, portano avanti l'ipotesi che si possa usare anche in questo contesto.
    Io personalmente nelle mie varie letture non ho avuto modo di constatare ciò, forse perchè non ho mai letto le opere a cui si riferivano o per poca attenzione, però sono dell'idea che se fosse vero, sarei d'accordo nel leggitimare l'uso del "gli" anche al maschile plurale del complemento oggetto.
    Cosa ne pensate?

  6. #6
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    Salve Ramanav.

    Il tuo intervento ha suscitato in me tante reazioni e ha generato una risposta un po' lunga (forse prolissa); ti chiedo di perdonarmi per la scarsa brevità, ma in certi frangenti riassumere non è il mio forte, e ho usato il tuo testo come spunto per considerazioni più ampie e generali.

    Spero tu non me ne vorrai.


    Sì, hai ragione: come riportavo nel post iniziale, citando l'ottimo Serianni, sono attestate occorrenze sporadiche dell'uso di 'gli' che la buona grammatica tenderebbe a censurare, persino in scrittori celeberrimi sulla cui attenzione al bello scrivere nessuno potrebbe muovere obiezioni credibili.

    Anche l'argomento generale di cui ti fai alfiere – la lingua è definita dall'uso che ne fanno i suoi parlanti, non dalle regole 'astratte' imposte dai grammatici e dai logici, per di più in un qualche peraltro arbitrario istante della Storia – è convincente e storicamente corretto, al netto di alcuni fondamentali distinguo di metodo e di intenti su cui mi soffermerò più avanti.


    Tuttavia, e qui forse le nostre affinità divergono un poco, ci sono tanti aspetti di questo (lento) processo dialettico che vanno presi in considerazione, molti dei quali almeno a mio parere suggeriscono prudenza quando si tratta di abbracciare acriticamente certi usi 'leggeri' della lingua e certe adozioni di nuove parole o di vecchi errori nel corpo del parlato/scritto corrente.

    Ad oggi, l'uso di 'gli' in luogo di 'a loro' è considerato a stretto rigore non esattamente corretto; ammissibile in alcuni contesti (tono basso, colloquiale o dialettale), ma quantomeno vivamente sconsigliato nello scritto sorvegliato e nel tono formale.

    Sebbene nessuno impedisca con la forza di adottare l'errore contro la forma acconcia (e infatti abbiamo modo di leggerla e ascoltarla anche in contesti che spereremmo al sicuro da questo genere di pecche), finché ai parlanti è data facoltà di scegliere tra due o più soluzioni la mia preferenza personale va e andrà sempre alla forma consolidata e giudicata migliore dalla comunità degli esperti, nell'attesa paziente che o il mio punto di vista sia inghiottito dalla Storia e condannato all'oblio – eventualità possibile, ma io non me ne curerò in quanto starò dormendo già da molte generazioni un sonno senza risveglio – o sia al contrario l'errore a cadere in disuso dopo un periodo di apparente fioritura che ai suoi contemporanei sarà sembrato, erroneamente, destinato a continuare in eterno.


    Il congiuntivo inglese, per dirne una, sta apparentemente morendo inghiottito dall'indicativo – anche se a dirla tutta nella variante americana il 'paziente' gode di condizioni assai migliori; per una volta i britannici avrebbero da imparare dagli statunitensi in fatto di lingua.

    Idem (sempre in inglese) per le distinzioni tra coppie di verbi ausiliari nella formazione del futuro semplice e del condizionale presente; ma come possiamo sapere che da qui a cento anni non si sentirà di nuovo il bisogno di quelle soluzioni che oggi sembrano a intere fasce di popolazione superflue e pedanti?

    Scrivere e parlare al meglio delle nostre possibilità non è segno di presunzione o sciovinismo lessicale (o almeno non è mai stato così che l'ho considerato io, però posso comprendere che altri risponderebbero diversamente sul tema), ma solo un modo particolarmente efficace di sfruttare gli strumenti migliori che nel tempo abbiamo inventato per comunicare, ovvero le strutture linguistiche complesse e un vocabolario ricco.


    Ho grandissimo rispetto per Dante e Manzoni – o per Leopardi, che magari avrà combinato altre castronerie; o per Boccaccio che avrà usato giocoforza un po' troppi prestiti dal toscano antico; o per Gadda che manipolava la lingua quasi fosse una variabile libera – e la mia stima verso di loro non decresce perché so che un paio di volte avranno detto "gli parlo io, a quei due", però...

    Dal momento che io sono ben cosciente di scrivere e parlare un Italiano decisamente perfettibile e lacunoso (dovresti sentirmi quando puntualmente chiudo a sproposito le vocali nelle parole, con grande divertimento della mia incantevole – e foneticamente impeccabile – fidanzata), preferisco considerare questi scivoloni danteschi e manzoniani come un forte pungolo a migliorare la mia grammatica, invece che come pezza d'appoggio per giustificare e perseverare in un errore.

    Se chi mi circonda comincia a fare il disonesto, il razzista o il fedifrago, potrò forse sentirmi io in diritto di fare come loro solo perché "mal comune mezzo gaudio"?


    L'uso e la sua evoluzione possono far cambiare tante leggi e abitudini (sintassi compresa), ma dobbiamo sforzarci di riconoscere che esistono cose e valori i quali, pur non essendo assoluti – perché la Verità assoluta semplicemente non esiste – hanno almeno una prospettiva di stabilità spazio-temporale assai più ampia delle fluttuazioni locali.

    'Non uccidere' è un adagio che vale oggi come ieri, qui come altrove, a dispetto di quanti siano stati disposi a giustificare l'omicidio in ogni epoca e Paese. 'Non mortificare la tua lingua' credo sia una regola altrettanto stabile, tutto qua.


    Dicevamo poc'anzi che un idioma è una cosa viva e che a renderlo tale sono coloro che lo parlano e scrivono.

    Giustissimo; peccato però che a portare avanti con veemenza questo argomento siano un po' troppo spesso quelli che la lingua vogliono uniformarla al loro standard – qualunque esso sia: alto o basso poco importa; è la disonestà latente delle premesse a indebolire questa tesi.

    Se dunque la lingua italiana è resa viva (non sana e florida, solo viva. E tra vivere e sopravvivere, permettimi, ce n'è di differenza...) dai tanti che dicono "gli telefono" quando dovrebbero dire "telefono a loro", allora io che ogni giorno mi sforzo di aprire la grammatica, sfogliare il dizionario e darmi da fare per trovare le fonti migliori non credo di poter essere accusato di voler condannare a morte la mia lingua.

    Possiamo discutere sul modo in cui io voglia adeguarla al mio standard e sui livelli qualitativi di tale standard; sulle sue fondamenta e sulle sue prospettive di sviluppo; sul suo valore estetico. Ma se crediamo che siano i grammatici o gli Accademici della Crusca quelli che ordiscono un complotto quotidiano per imbalsamare e anestetizzare la lingua mentre "là fuori" il mondo la sta rendendo 'libera' a forza di regionalismi, neologismi penosi e strafalcioni allora siamo fuori strada.

    Quella è propaganda populista di basso livello, censurabile tanto quanto quella che si scaglia per gli stessi motivi contro la ricerca scientifica di base o avanzata semplicemente perché non ha voglia di capirne le ragioni, le dinamiche e i valori.


    In un Paese normale di un mondo perfetto ci sarebbero grandi e splendidi dibattiti quotidiani sulla lingua, capaci di coinvolgere e rendere partecipi tutti, dal grande decano dell'università al ciabattino, al ragazzo informaticamente alfabetizzato. Si parlerebbe di grafematica nei bar come oggi si parla di calcio o pettegolezzi (e se ne parlerebbe con parole più alate, almeno).

    Da noi però la gloriosa Società Ortografica Italiana ha avuto vita breve, e l'Accademia della Crusca che dovrebbe fare da osservatorio permanente di usi e costumi del nostro parlare non ha nemmeno i fondi per far sopravvivere il suo sito web – altro che onorare la sua fondamentale missione.


    Noi comunque non ci arrendiamo, e continuiamo ad accumulare dizionari e grammatiche serie per il futuro; torneranno utili (tornano sempre utili, foss'anche soltanto per sorridere insieme alla propria ragazza rendendosi conto di quante vocali si confondono ogni giorno) e ci regaleranno un tempo meno grigio di quello di altri.

    Non è poco.


    Saluti,

    Leonov
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