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Stabant Inferi (di Euro Roscini)

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    Stabant Inferi (di Euro Roscini)

    Ho scritto un poemetto in 30 quadri... Non so se sarà possibile tecnicamente riproporvelo tutto: ci provo... eu.ro

    Bene, non è possibile!... Provo a dividerlo in tre parti: ecco la prima (i primi 10 quadri).




    STABANT INFERI
    (operetta morale in 30 quadri in versi endecasillabi a rima incatenata)


    PERSONAGGI : Lo Speaker, L’Ortodosso, L’Eterodosso, Il Poeta vecchio, Il Poeta giovane, Il Poeta antico, Il Mantovano, Il Fiorentino, Celeste, Carondimonio, Cromocaronte

    PRELUDIO
    (Dante e Virgilio a braccetto nel vestibolo dell’inferno)

    V – Stabant inferi!!!
    D – Sì, una volta, al tempo mio e di mia nonna! Ma anche tuo: prima Orfeo e dopo Enea, no? E ancor prima di te, Ulisse!
    V – Con le chiese di ogni storia e di ogni geografia: a nutrirsi/gozzovigliare e far man bassa di anime – certo! Che poi, oggi come ieri, non sarà forse sempre così?
    D – Sarà sempre così: si continuerà a credere nell’Inferno... Più nell’Inferno che nel Paradiso.
    V – Nessuno glielo toglierà, l’Inferno: ci andranno a stramaledirsi soltanto loro!
    D – Ma pensaci!... – la visione dell’Inferno (sia al peggio freno, minaccia e punizione e al meglio desiderio, passione o fede) non gliela inculcano i sacerdoti del mondo – stanne certo: lì hai ruggiti, ululati, grugniti... E iene ed avvoltoi non potrebbero mai, col verso brutto che fanno, convincere prede e carcasse a lasciarsi divorare di buon grado.
    V – I sacerdoti del mondo fanno il loro mestiere – anche questo è vero.
    D – Sì, non li contrariare: è inutile. Non li supplicare, ché tanto ti sbranano. Se li supplichi, ti sbranano con lo stesso gusto e di più.
    V - La visione dell’Inferno ce la siamo inculcata da noi – vorresti dire… Perché?
    D – Perché siamo vili e dementi. Incoerenti, ipocriti e coglioni. Perché siamo animali.
    V – Però più consapevoli degli animali.
    D – Quel tanto che serve per vergognarci e pentirci.
    V – Di che poi?
    D – Piegarci e subire.
    V – Per cosa poi?
    D – Il servitore alza da sempre gli occhi verso il padrone, le fanciulle del mondo si sbarrano agli orgasmi e si spalancano ai confessionali, i soldati della storia seguitano ad immolarsi per le loro bandiere. Così trema lo scolaro, pietisce il mendicante…
    V – Hai ragione: teorie sterminate di cristi ringraziano ogni sera il Padreterno ché le sofferenze della loro giornata non sono state poi tante.
    D – Bene/vedi? Non pensiamo a star meglio – no. Non pensiamo ad esigere – no…
    V – “Ma esigere cosa?” ci chiederanno sempre quegli incoerenti che dici.
    D – Esigere il piacere: un piacere di qualità, di classe… – il migliore! Piacere di sostanza, piacere di calibro, piacere di caratura.
    V – Eeehh, sì che avremmo voluto averlo tutti!
    D – Invece niente: la sofferenza/soltanto la sofferenza.
    V – Allora viva la sofferenza: inventatevi pure l’INFERNO – gli diciamo.
    D – L’Inferno è una loro esigenza, non nostra (o almeno non più nostra).
    V – Si costruiscano pure il loro Inferno col demonio, coi demoni che più gli aggradano.
    D – SATANA!… (di quando ero cretino).
    V – A quel tempo, tu, un po’ mostro eri sul serio eh!...
    D – Lo facevo perfino pentito, sofferente e piagnone, il Grande Seduttore. Il peggiore propagandista di sé al mondo, l’ho fatto essere!
    V – Guarda eh – tu e loro (che sono poi sempre rimasti quelli che erano) eravate perversi forte, vivaddio, con tutte le vostre idee di colpa e di pentimento, caproni incomparabil.! (E mi ci avete anche trascinato, porco iddio!)
    D – Sì/sì!!…


    QUADRO 1
    Una premessa minima a sostenere una tesi ovvia… LO SPEAKER (esclusivo di questo quadro) è personaggio semplice, asciutto e irremovibile: non vuole convincere nessuno, ma è di giudizio netto e stroncante. L’espressione – voce e volto di chi lo interpreta – trasmetterà un’idea di ovvietà e di astrazione: ovvero buon senso, razionalità, la sua misura geometrica.

    Questa è la tesi: credere che chi
    sia punito od ucciso, o sol negato,
    ragioni nello stesso modo di

    chi gli è stato carnefice, lo stesso stato
    mentale – beh, quest’uomo o è crudele
    o demente. Crudele, giacché irato

    giudice e boia, anche le candele
    del pentimento obbliga ad accendere
    al suo capro. Demente, ché le vele

    della illogicità fa a brani. Tendere
    a entrambi, poi, è orrendo… (Anzi è questo satanico!)


    QUADRO 2
    “Stabant Inferi” è un possibile titolo. Ma anche altri come: “Epitaffio di Dio o di Satanasso?”, “Ah, quella nostra stravagante epigrafe da liceo!”, “O Danteee!!…” (ma più sostenuto: “Dante, che cazzo combini?”); sennò “Stant Inferi” a voler alludere all’attualità di un millenario atteggiamento spirituale che resiste alla grande, oppure “Inferno cristiano o Paradiso islamico?” e qui ad essere provocatori all’eccesso, ecc. ecc.


    STABANT INFERI


    QUADRO 3
    L’epigrafe tra l’adirato e il piagnone che Dante attribuisce a Satana (ispirerà lì a un paio di secoli il Savonarola) s’impianta nella Commedia come gli fosse dettata da Dio. Ovviamente non calza in coerenza con chi impersona – si vuole – il Male: né logicamente, né eticamente, né esteticamente calza. Comunque… Questo secondo personaggio (recitante anch’esso soltanto in questo quadro) ha il nome di L’ORTODOSSO. La sua espressione ha da risultare più aggressiva che perfida, più irosa che sulfurea: cioè chi vive la confusione mentale, la fragilità emotiva e l’impotenza al proprio equilibrio interiore. L’ORTODOSSO dovrebbe dare l’impressione di uno che è – detto col linguaggio di oggi – nero/incazzato.

    PER ME SI VA NE LA CITTÀ DOLENTE,
    PER ME SI VA NE L’ETTERNO DOLORE,
    PER ME SI VA TRA LA PERDUTA GENTE.

    GIUSTIZIA MOSSE IL MIO ALTO FATTORE:
    FECEMI LA DIVINA PODESTATE,
    LA SOMMA SAPIENZA E ‘L PRIMO AMORE.

    DINANZI A ME NON FUOR COSE CREATE
    SE NON ETTERNE, E IO ETTERNA DURO.
    LASCIATE OGNE SPERANZA , VOI CH’INTRATE.


    QUADRO 4
    L’epigrafe di Satana, seduttore eccellente per come si suppone nell’immaginario collettivo, avrebbe dovuto suonare d’altro tenore: scritta/dettata da L’ETERODOSSO – contrapposto a L’ORTODOSSO – con voce morbida, seduttiva, accattivante… Occhi e parole di quest’altro personaggio (anche’esso presente solo in questo quadro) trasmettono un’idea di lusinga, intrigo, supplica, insistenza, dedizione, promessa e cose sozze in agguato.

    Vien da me, homo! Che qui non ti dole
    ma goderà in eterno la tua mente,
    vieni!… dove Giustizia grigia vole

    scappar, vieni tra la gaudente gente
    ad inventarti sommo il tuo potere.
    Sappi che si fa deus, quindi saccente,

    chi mi sta intorno – amabile! – a sedere.
    E a piacer tuo potrai tornare indietro
    – sciolto! – a bruciar speranze nel bracere

    che in orbe ti consuma a metro a metro.


    QUADRO 5



    Il quadro si articola nei seguenti tre personaggi: IL POETA VECCHIO (Dante che scrive e ricorda), IL POETA GIOVANE (Dante che parla direttamente) e IL POETA ANTICO (Virgilio). Il Poeta Vecchio ha voce ed espressione evocative/non malinconiche, appena/appena nostalgiche, a volte perfino di compiacimento. Espressione e voce del POETA GIOVANE esprimono certa intemperanza, nervosismo contenuto, anche un po’ di fretta. Quelle del POETA ANTICO lentezza, gravità, cavernosità…


    Queste parole di colore oscuro
    vid’io scritte al sommo d'una porta;
    per ch'io: «Maestro, il senso lor m'è duro».

    Ed elli a me, come persona accorta:
    «Qui si convien lasciare ogne sospetto;
    ogne viltà convien che qui sia morta.

    Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ho detto
    che tu vedrai le genti dolorose
    c'hanno perduto il ben de l'intelletto».

    E poi che la sua mano a la mia puose
    con lieto volto, ond'io mi confortai,
    mi mise dentro a le segrete cose.


    QUADRO 6
    IL MANTOVANO (sesto personaggio, in contrappunto al POETA ANTICO/Virgilio) commenta fra sé l’epigrafe, mentre IL FIORENTINO (settimo personaggio, in contrappunto al POETA VECCHIO e al POETA GIOVANE insieme) chiude il quadro con la semplice constatazione di quella. L’espressione del MANTOVANO è positiva, amicale, interlocutoria: in questo quadro, ad esempio, moderatamente stupita e un po’ ironica. L’espressione del FIORENTINO, nelle due parti, è concreta, moderna, giovanilistica.

    «Come una placca del demone voglioso
    che crede d’esser bello, vagheggiato,
    sborrato... Come virgo ama lo sposo

    fresca di rito, il verro – mani e fiato –
    se la slaccia e l’ignuda verso sera
    sul talamo del rito. Così al prato

    suo, Satana, i fantasmi che hai di cera
    nell’animo ti incendia!...» Questa scritta
    lessi sull’arco della grotta nera

    che apre all’Inferno da manca e mandritta.


    QUADRO 7
    IL MANTOVANO e IL FIORENTINO varcano la soglia… Immediate le buone impressioni: sorpresa, alleggerimento, un senso di rigenerazione dello spirito. Al FIORENTINO scivolano gli occhi su un involucro appoggiato sul piano d’un tavolinetto dell’ingresso del Vestibolo: vi mette le mani, lo svolge e scopre tre chiavi. Su cui s’interroga/si risponde, scoprendosi diverso.

    Mi cacciai lì col Vate… E fui distrutto
    dallo stupore! Il nero cangiò in bianco
    ed ebbi il senso della luce. A lutto

    paure, angosce; e ogni cruccio fu stanco,
    si intisichì e scomparve. Il mio sospiro,
    di colpo, crebbe ad ansima. Su un banco

    scorsi tre arnesi avvolti in un papiro
    che avrei dovuto svolgere al mio uso:
    sandali, occhiale e guaina (nel raggiro

    di incastri che volessi). Così il muso
    ci ficcai, poi le mani e infine il senso.
    E fui altro! Nei sandali era incluso

    il moto e nell’occhiale il guardar denso
    e lucido per fratte, e nella guaina
    l’orgasmo… (Cui ho pensato e sempre penso.)


    QUADRO 8
    Al contrario – come si sa indefinitamente dai banchi di liceo/di università – le prime impressioni del POETA VECCHIO.

    Quivi sospiri, pianti e alti guai
    risonavan per l'aere sanza stelle,
    per ch'io al cominciar ne lagrimai.

    Diverse lingue, orribili favelle,
    parole di dolore, accenti d'ira,
    voci alte e fioche, e suon di man con elle

    facevano un tumulto, il qual s'aggira
    sempre in quell'aura sanza tempo tinta,
    come la rena quando turbo spira.


    QUADRO 9
    Il FIORENTINO – in contrappunto col POETA VECCHIO/GIOVANE – scorge sparse e confuse immagini emblematiche a ricordargli la vita terrena. Ne capovolgerà con immediatezza la valenza simbolica.

    Sì, infrogiai da subito il piacere!
    E vidi forme scivolar come oli
    su tele, e risa e canti e sonagliere.

    Ma c’erano – m’accorsi – appese a pioli
    poche immagini orrende, ad esaltare
    quel che in terra lasciavo a cenciaioli,

    a corsari, a piagnoni: a quel gran mare
    di gente che sta in pena, cruda e molle,
    convinta che l’Inferno sia da odiare,

    e rimpiange il passato; per chi è folle
    e medita il ritorno, perché vuole
    riabbracciare sua colpa e dentro a bolle

    pigia di nuovo fughe, spemi, aiuole
    di tepore, campane e paradisi.
    Ah queste immagini!... in banderuole

    a girar/sventolar tra passi e visi
    d’anime e d’ombre che diversamente
    han del diavolo acuti, alti, concisi

    moti e pensier di simpatia. La mente
    la torsi anch’io un istante ai miei ricordi
    simili a quelle immagini. E demente

    mi rividi, sembrandomi bagordi
    quelli di allora e non quest’altri adesso...
    Prima ero a sballo, ma ora sto fra bordi!


    QUADRO 10
    IL POETA VECCHIO, IL POETA GIOVANE e IL POETA ANTICO secondo la tradizione museale e altarica che si conosce.

    E io ch'avea d'error la testa cinta,
    dissi: «Maestro, che è quel ch'i' odo?
    e che gent'è che par nel duol si vinta?».

    Ed elli a me: «Questo misero modo
    tegnon l'anime triste di coloro
    che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo.

    Mischiate sono a quel cattivo coro
    de li angeli che non furon ribelli
    né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.

    Caccianli i ciel per non esser men belli,
    né lo profondo inferno li riceve,
    ch’alcuna gloria i rei avrebber d'elli».

    E io: «Maestro, che è tanto greve
    a lor, che lamentar li fa sì forte?».
    Rispuose: «Dicerolti molto breve.

    Questi non hanno speranza di morte
    e la lor cieca vita è tanto bassa,
    che ‘nvidiosi son d'ogne altra sorte.

    Fama di loro il mondo esser non lassa;
    misericordia e giustizia li sdegna:
    non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
    Ultima modifica di WWW; 03-01-09 alle 14:19

  2. #2
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    Grazie per il contributo Euro.

    Attendo le altre due parti per poter avere una visione d'assieme più completa della tua opera e poi sarò più che lieto di parlarne insieme a te e - se vorranno - insieme agli altri partecipanti a questa discussione.
    Ultima modifica di Leonov; 26-12-08 alle 13:12
    MODBiblioteca del Forum gt --- Kàspar Àiolos Lèonov, Ph.D. --- Bibliosaurus ModSenior e Bibliotecario del Forum gt. Al vostro servizio.
    Regole della Casa --- Web Marketing Festival! A Rimini; a giugno! La festa della formazione. Passa a trovarci.
    Sono con te, sei con me.

  3. #3
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    a proposito di 'dante' (seguito)




    QUADRO 11

    In questo quadro e negli due successivi prendo lo spunto da un miniaturista del Quattrocento: “La Divina Commedia”, 1965 Fratelli Fabbri Editori Milano, pag. 52, “miniatura ferrarese – 1474-1482 – Roma, Biblioteca vaticana Ms, Urb. Lat. 365 f. 6 v”. (Perché in essa è stupefacente l'amenità, il garbo, il sorrido... - fors'anche la provocazione - con cui il miniaturista dipinge l'Inferno come ama vederlo.) Camminando con Virgilio per il Vestibolo dell’Inferno, il Fiorentino paragona mentalmente le sensazioni che sta provando come stesse descrivendo - proprio lui stesso - questa miniatura!

    Quella malsana idea che hai sempre avuto
    di pensar brutto quel che invece tingi
    smagliante, Uomo (che credi nel muto

    dio che non ti ode e implori quando fingi
    di esserne figlio amato) beh la stessa
    immagine ti strappo, anche se stringi

    il cuore ambiguo che hai, e canti messa
    di arte di secolo. Per cui ti dico
    quel che nell’atrio entrando (altro che ressa

    di anime squallide!) ho visto, pudico
    di franchezza.


    QUADRO 12
    Descrizione della suddetta miniatura…

    Il paesaggio!… Ad angolare
    magno: chiaro, cromato, come un fico

    dolce e arioso come un grappolo, altare
    da tavolozza, specchio di acqua e di
    terra e di cielo mite/azzurro a dare

    il senso della festa, e scogli sì
    teneri e buffi. Sul bel lago, al centro,
    su un isolotto tondo tanto mi

    sembrava una ciambella, sventro
    lo sguardo e fo volarmi là la voglia
    d’esservi: in quel castello, o villa, dentro

    quel giocattolo di città. Né doglia
    alcuna ha il quadro tutto.


    QUADRO 13
    Qui IL FIORENTINO nota un corteo di anime nude assai stimolante. Con due figure che vi si stagliano… Che tenderanno a caratterizzarsi (saranno i canonici Celestino V e Caronte ).

    E lì un corteo
    di corpi, con in testa uno che sbroglia

    la strada da vettore (altro che reo!)
    nudi e pagani vedo; mentre a riva
    mirano, dove un barcaiolo – deo

    di pazienza ospitale e bocca priva
    di accento – aspetta con benevolenza.
    Pur noi, volgendo verso quella stiva

    vuota ancor che galleggia, con la lenza
    d’essere sol curiosi (anche vogliosi)
    di imbarcarci, fremiamo. E preferenza

    ci frulla in ventre (finanche smaniosi)
    di stare stretti in barca a carne bella
    di femmina, fra corpi caldi e briosi.

    E camminiamo allegri. A cordicella
    di mano – io e il mio vate – o a braccetto
    qua e là indicando queruli. E la stella

    (o luna tonda, meglio se a falcetto)
    di Lucifero accarezziam nell’animo.


    QUADRO 14
    Il POETA VECCHIO, senza nulla chiedere al POETA ANTICO al riguardo, riconosce per conto suo, fra le anime degli ignavi che vede scorrazzare poco allegre, la figura di Papa Celestino V, al secolo Pier da Morrone, frate ed eremita. (Ma non lo nomina – ben inteso!)

    E io, che riguardai, vidi una 'nsegna
    che girando correva tanto ratta,
    che d'ogne posa mi parea indegna;

    e dietro le venìa sì lunga tratta
    di gente, ch'i' non averei creduto
    che morte tanta n'avesse disfatta.

    Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,
    vidi e conobbi l'ombra di colui
    che fece per viltade il gran rifiuto.

    Incontanente intesi e certo fui
    che questa era la setta d'i cattivi,
    a Dio spiacenti e a' nemici sui.

    Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
    erano ignudi e stimolati molto
    da mosconi e da vespe ch'eran ivi.

    Elle rigavan lor di sangue il volto,
    che, mischiato di lagrime, a' lor piedi
    da fastidiosi vermi era ricolto.


    QUADRO 15
    Il MANTOVANO indica con ammirazione al FIORENTINO l’ombra di Pier da Morrone: un ottantenne eremita del Molise, monaco benedettino in gioventù, che al confronto – per coerenza, stile e purezza – Francesco d’Assisi sta come uno scavezzacollo goliardico di fronte a un secchione introverso. (Quello canonico di Dante non proferisce parola, come si sa; ma il suo doppio, che chiamo CELESTE – farà bene alcune riflessioni!)

    «Vedi qual fascio di farfalle sfiora
    quel vecchio volto? È d’uomo magistrale!…
    Che non sa scegliere. E ad ora ad ora

    muta il pensiero: in sé spegne il banale
    afflato al vero rigido che assilla
    il finto saggio! Vedi qual fanale

    di cromi, in sciarada, fluttua e brilla
    d’intorno a lui? Figura irta. Di papa.
    Che volle/poi non volle… Gli trilla

    dubbio e rifiuto e gli escon dalla rapa
    – penseresti: invece è virtù, è mente…
    (L’indeciso mi frulla, a me, m’arrapa!)»

    Scorgo un volto di santo che mi smente
    la diceria dei secoli. E è a memoria
    – so – di uomo mite e schivo per la gente:

    m’accosto, lo odo… Sento la sua storia.


    QUADRO 16
    CELESTE (nono personaggio di “Stabant Inferi”) ha da risultare – volto, voce, movenze – molto curato recitativamente. In questo primo quadro della sua ‘imprecazione’ fa trasparire tutta la virtù che l’aveva ispirato in terra, consumata fra grotte e boschi, in perfetta solitudine – direi – buddistica.

    «Odor di viole e canti come gigli
    mi parve allor di avere in cuore, Cristo!
    Supponendo il tuo trono fra i tuoi figli,

    e luce di pensiero a fasci, e misto
    a umanità ideale. Sui declivi
    del tuo messaggio, anche il demonio tristo

    pensavo di portar con me!… Dormivi.
    Greve. E non mi udisti. Io declamai
    soltanto a me il progetto…


    QUADRO 17
    In questo secondo quadro, dall’espressione di CELESTE, ha da trasparire il contesto della Città di Dio/Roma e d’intorni… Pier da Morrone – come storicamente si sa – venne prelevato con forza, fatto papa in quattro e quattr’otto, però durando sul soglio poche settimane soltanto: schifato si dimise presto/da subito e se ne ritornò alle sue grotte. Dove lì a poco – non tutti lo sanno – fu ammazzato a bastonate alla maniera mafiosa, forse per quello che aveva visto e udito a Roma.

    Intorno, privi

    di bontà/di semplicità, né mai
    ardenti se non di ammassar potere
    i tuoi alfieri eletti! E come sai,

    per questo mi ritrassi. Poi le sfere
    mi girarono al peggio, tanto che
    neppure piacque che io volessi bere

    ancora alla tua fonte: grotte e re
    di nulla, boschi e bellezza silente,
    universale slancio e… E sol di me

    compagnia. (Mi hanno assassinato!)


    QUADRO 18
    In questo terzo quadro di CELESTE, la sua presa di coscienza da morto: logica/legittima, giustificata/giustificatissima, che trova la approvazione tacita del FIORENTINO.

    Lente
    ben altra ho usato divenendo spettro:
    ho voluto godere!… quel che mente

    mi bocciò in vita!… ed arpeggiar col plettro
    sulle chitarre della fantasia
    – tutte! Per questo adesso vo il mio scettro

    a piantar da Melchiorre o chi esso sia.
    Ché forse almeno lui la dice giusta
    la solfa: il mio avvenire, l’arte mia…»

    Così impreca il mio Pietro e come frusta
    schiocca quella sua insegna: sottovoce
    come parlando a sé, bianco, vetusta

    l’aria, fermo… (La voglia ormai veloce!)


    QUADRO 19
    Il POETA VECCHIO continua diligentemente nella sua rima incatenata… Si rivede POETA GIOVANE che chiede al POETA ANTICO delucidazioni. Il quale, però, gli risponde sbrigativamente (come dire: “Non mi rompere i coglioni!”). Così che il POETA GIOVANE tace, mentre il POETA VECCHIO continua imperterrito nella sua rima incatenata.

    E poi ch'a riguardar oltre mi diedi,
    vidi genti a la riva d'un gran fiume;
    per ch'io dissi: «Maestro, or mi concedi

    ch'i' sappia quali sono, e qual costume
    le fa di trapassar parer sì pronte,
    com'io discerno per lo fioco lume».

    Ed elli a me: «Le cose ti fier conte
    quando noi fermerem li nostri passi
    su la trista riviera d'Acheronte».

    Allor con li occhi vergognosi e bassi,
    temendo no’l mio dir li fosse grave,
    infino al fiume del parlar mi trassi.


    QUADRO 20
    Prima il POETA VECCHIO e appresso CARONDIMONIO… (Il Caronte pagano, Dante lo fa diventare ‘Caron dimonio’. E così va a finire col chiamarsi – come dire ‘in commedia’ – questo nuovo personaggio – il decimo) Dopo CARONDIMONIO, che per altro si fa riconoscere come un grande sbraitatore, interviene, ad arginarlo, il POETA ANTICO. Poi di nuovo CARONDIMONIO. Chiude infine il quadro il POETA VECCHIO alla maniera che tutti sanno.

    Ed ecco verso noi venir per nave
    un vecchio, bianco per antico pelo,
    gridando: «Guai a voi, anime prave!

    Non isperate mai veder lo cielo:
    i' vegno per menarvi a l'altra riva
    ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo.

    E tu che se' costì, anima viva,
    pàrtiti da cotesti che son morti».
    Ma poi che vide ch'io non mi partiva,

    disse: «Per altra via, per altri porti
    verrai a piaggia, non qui, per passare:
    più lieve legno convien che ti porti».

    E 'l duca lui: «Caron, non ti crucciare:
    vuolsi così colà dove si puote
    ciò che si vuole, e più non dimandare».

    Quinci fuor quete le lanose gote
    al nocchier de la livida palude,
    che 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
    Ultima modifica di Nimue del Lago; 16-02-09 alle 23:21 Motivo: Inserita immagine come da richiesta.

  4. #4
    Esperto L'avatar di euroroscini
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    a proposito di 'dante' (finis...)

    QUADRO 21
    Il FIORENTINO si accorge di CROMOCARONTE (è il nome di quest’ultimo personaggio – l’undicesimo – in contrappunto con Carondimonio). Naturalmente il FIORENTINO lo guarda bene e in faccia, e se ne compiace. E lo racconta come si racconta di un nume dell’Olimpo: fascinoso, bello… Come CELESTE, anche CROMOCARONTE è personaggio complesso, architettato, di non facile gestione recitativa.

    «Caronte!» esclamo. Come un dio pagano
    sta innnazi al suo naviglio. E ci sorride
    – lo sguardo verde – ad infilzarci il vano

    resistergli. Ha voce che non stride
    ma ti lecca/ti culla alla risacca
    del fiume che gorgoglia. E le tue infide

    paure ammansisce. E il dubbio bracca,
    che in cuor ti geme. Ti afferra, ti figge
    e ti fa niveo l’animo di biacca

    all’approccio. ‘Inizi’? (E già ti frigge
    il pensier di godere.) Sei imbarcato!


    QUADRO 22
    Le anime degli ignavi si assembrano sulla riva del fiume di Acheronte con l’assurdità di farla finita (si fa per dire) al più presto…

    Ma quell'anime, ch'eran lasse e nude,
    cangiar colore e dibattero i denti,
    ratto che 'nteser le parole crude.

    Bestemmiavano Dio e lor parenti,
    l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme
    di lor semenza e di lor nascimenti.

    Poi si ritrasser tutte quante insieme,
    forte piangendo, a la riva malvagia
    ch'attende ciascun uom che Dio non teme.

    Caron dimonio, con occhi di bragia,
    loro accennando, tutte le raccoglie;
    batte col remo qualunque s’adagia.

    Come d'autunno si levan le foglie
    l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo
    vede a la terra tutte le sue spoglie,

    similemente il mal seme d'Adamo
    gittansi di quel lito ad una ad una,
    per cenni come augel per suo richiamo.

    Così sen vanno su per l'onda bruna,
    e avanti che sien di là discese,
    anche di qua nuova schiera s'auna.


    QUADRO 23
    Il FIORENTINO constata che le anime nude e belle indugiano sulla riva, vicino alla barca di CROMOCARONTE. Così ne parla col MANTOVANO. Che gli risponde ottimista, possibilista, attesista anche lui (con espressione vagamente voyeuristica rivolta ai corpi nudi delle anime che già attendono).

    Però il corteo di nudità, che andava
    dinnanzi a noi, a riva del bel fiume
    lì giunto – ci accorgemmo – vi restava,

    nel bagnasciuga, dove infiocca spume
    l’acqua argentina. Non saliva in barca
    ché lo portasse all’isola tra brume

    viola, e le torri e gli alberi che inarca
    la città dell’Inferno contro il cielo.
    Io, stupefatto, chiedo al mio monarca

    aedo: «Troppa gente in quello stelo
    di nave?» «No – risponde – è indecisa:
    si gusta ancora in bocca il poi, e il velo

    non strappa. I corpi nudi la divisa
    da subito non calcan del piacere:
    li fa goder l’attesa, che hanno incisa

    negli occhi, in gola, all’inguine… E a sedere
    sul godimento pensano sol dopo,
    ché sarà più gagliardo per le sfere

    di Belfagor zompando senza scopo!»
    Ed io capii la forza che ha chi non
    sceglie, ma resta e lì diventa tropo.


    QUADRO 24
    La spiegazione del POETA ANTICO al POETA GIOVANE (così carica di non senso ed espressione chiesastica) a proposito di chi vuol toccar subito il fondo, non per tornare a galla più rapidamente, ma lì rimanerci. Ed ultimo accenno a proposito dell’ostico CARONDIMONIO.

    «Figliuol mio», disse 'l maestro cortese,
    «quelli che muoion ne l'ira di Dio
    tutti convegnon qui d'ogne paese:

    e pronti sono a trapassar lo rio,
    ché la divina giustizia li sprona,
    sì che la tema si volve in disio.

    Quinci non passa mai anima buona;
    e però, se Caron di te si lagna,
    ben puoi sapere omai che ‘l suo dir suona».


    QUADRO 25
    La chiusura del III canto dell’Inferno recitata come si conviene dal POETA VECCHIO – memoria docet. (Devo tuttavia riconoscere che il cadere svenuto dall’emozione di Dante è soffertamente – drammaturgicamente, poeticamente, metricamente… – strategico. E bravo il nostro Alighieri!)

    Finito questo, la buia campagna
    tremò sì forte, che de lo spavento
    la mente di sudore ancor mi bagna.

    La terra lacrimosa diede vento,
    che balenò una luce vermiglia
    la qual mi vinse ciascun sentimento

    e caddi come l'uom cui sonno piglia.


    QUADRO 26
    La barca coi due poeti si distacca finalmente dalla riva.

    In acqua, scivolammo… Ad appurare,
    traghettati che fossimo alle sponde
    dell’Isola beata, tra fanfare

    e sortilegi e fumi, sotto a gronde
    di merce la più ricca/più sfiziosa,
    gratuita/crassa, quanto fosser fonde

    le parole promesse incise a rosa
    di epigrafe sul sommo della porta
    degli Inferi da Satana. Cosa?…

    – ci chiedevamo – e quanta!… e di qual sorta!!…


    QUADRO 27
    CROMOCARONTE spiega ai due poeti e alle anime che gli sono più vicine il suo ruolo di barcaiolo infernale. (Personaggio alquanto complicato psicologicamente, deve essere ben reso dalla recitazione…)

    Quand’ecco, in barca, Caronte ci disse,
    a noi e ad altri che eravamo intorno,
    il cuore in mano e le pupille fisse

    al flutto amico: «Vi traghetto a storno
    da un tempo eterno, anime belle. E tu!...
    che sei di carne ancora, e senza scorno

    d’alcun rimpianto e il desiderio su
    per quelle torri già stai sguinzagliando.
    Gradito ufficio il mio: è come fu

    ieri e sarà domani. E navigando
    da qui a lassù e ritornando in qua
    e ancor laggiù, vo solo immaginando

    quel che c’è in voi: cioè felicità!
    Che dagli orecchi prima e poi dagli occhi
    e infine dalla pelle colerà

    a quanti siete. E mai vi farà allocchi...


    QUADRO 28
    CROMOCARONTE… – ovvero il virtuale!

    Beh, credetemi: son lieto e appagato
    solo a vedervi – aguzzi come stocchi

    i sensi, il ventre, bocca e lingua, il fiato…
    E godo ora (per voi che goderete)
    seppur fuori ma lucido: il mio stato

    è quello di chi pesca senza rete,
    di chi immobile viaggia, chi si sfascia
    di lussuria da dentro. E piacer miete

    come fa il legnaiuol ma lui con l’ascia,
    io invece… ‘virtuale’! Ma in ciò stesso
    puro, libero al dubbio, senza ambascia

    d’infognamento e fissità; pur fesso,
    eppure non stordito… Ché vedrete
    che il piacer troppo annebbia. E allora il nesso

    con me vorrete ricucire. E sete
    vi verrà d’esser me, traghettatore:
    cioè il tramite, la corda, l’unto, il prete

    vostro, stella e modello – il vostro untore!»


    QUADRO 29
    Commento ironico, ma solo d’impatto del FIORENTINO. Troncato telegraficamente dal MANTOVANO con una battuta sintetica quanto saggia, e degna di uno stoico.

    (La mente tesa… Sull’acqua di Acheronte…
    Io e il mio poeta dentro le parole…)
    «Quel ‘virtuale’ udito da Caronte

    un attimo fa…» Come ficca in cole
    il muratore la calcina spenta,
    o come madre allatta la sua prole,

    con forza eppur con garbo, lenta/lenta
    come la barca, mi toglieva luce
    dall’anima sì che mi parve spenta

    solo per un frammento. «Ci conduce
    – chiesi – verso lo stordimento falso?…
    Non credo sia felice chi traluce

    il bene perché ad altri è solo valso
    o sarà valso ‘bene’: esso è concreto,
    personale e carnale… Sennò è invalso!

    Voglio per me il mio bene: anzi ne vieto
    a chiunque il riflesso…» esclamai questo
    al mio aedo. E lui a me: «Profeto

    a te la concretezza e a lui il suo resto.»
    E tacque.


    QUADRO 30
    Il FIORENTINO, alla risposta tollerante e risolutiva del MANTOVANO, tace anch’egli preferendo rimuginare fra sé i suoi pensieri. E così vola al ricordo di quando era in vita, pensando quanto fosse stato illogico, credulone e capovolto sulla terra. Finché s’accorge di trovarsi proprio sotto le torri dell’Isola beata di Satana, e allora non sta più sulla pelle.

    Per cui il pensiero volsi
    al mio poetare in vita. “Ah fui indigesto

    su Satana e il suo mondo!… Capovolsi
    significato e logica, scrivendo
    con gli occhi chiusi e laccio stretto ai polsi

    come un prete comune! Ma mi svendo…
    Ché Satana non può dir di se stesso
    che è male quel che fa o dà elargendo:

    crede al suo bene e fugge da ogni cesso
    di dolore e di pianto!” Così risi
    di averlo pinto penitente e lesso,

    tetro, piagnucoloso nei suoi lisi
    segni scostanti, etici/funerei
    di epigrafe che scrissi. E mi rimisi

    ebbro a pensare al nuovo, e ai vecchi/eterei
    convincimenti ironico e impietoso.
    Finché non ebbi pace sugli aerei

    tetti del Male, in quello strepitoso
    approdo prossimo, che mi piovevano
    addosso… (E come Piero anch’io fui róso.)


    eu.ro

  5. #5
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    Per: Euro Roscini

    Dopo attenta lettura del testo, esaminatone forma espressiva e contenuto, ho ritenuto più consono inserirlo nella sezione "Poesia e Versi", dove è stato alloggiato in un'apposita discussione espressamente dedicata.


    A breve le mie osservazioni sull'opera, che ho trovato - al pari di tutti i tuoi lavori - di estremo interesse e piena di spunti stimolanti.

    A rileggerci presto.

    Leonov
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    Sono con te, sei con me.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Leonov Visualizza Messaggio
    Dopo attenta lettura del testo, esaminatone forma espressiva e contenuto, ho ritenuto più consono inserirlo nella sezione "Poesia e Versi", dove è stato alloggiato in un'apposita discussione espressamente dedicata.

    E hai fatto bene.

    Complimenti Euro.
    f.

  7. #7
    Esperto L'avatar di euroroscini
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    a Andrez

    Ho una registrazione in You Tube (Euro368) che ritengo appropriata al caso, caro Andrez... Vedi un po' se puoi inserirla all'altezza giusta del mio "Stabant Inferi". Se sì, ti ringrazio e la vedrò. Ciao, a presto
    eu.ro

    P.S. Certo, non è eccezionale la mia breve lettura, anzi bruttarella: è ormai vecchia di tre/quattro anni...

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da euroroscini Visualizza Messaggio
    Vedi un po' se puoi inserirla all'altezza giusta del mio "Stabant Inferi".
    Va bene prima del testo in grassetto?



    Citazione Originariamente Scritto da euroroscini Visualizza Messaggio
    P.S. Certo, non è eccezionale la mia breve lettura, anzi bruttarella: è ormai vecchia di tre/quattro anni...
    ANZI, direi che è molto fica, se mi passi il termine 'giovanilistico'.

    f.

  9. #9
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    Ogni promessa è debito, dunque rieccomi, Euro: non avevo certo dimenticato l'impegno preso con te al momento della tua pubblicazione di "Stabant Inferi" su GT, ma era mancato il tempo per una lettura dell'opera che offrisse standard di attenzione degni del lavoro stesso.

    Completato il viaggio in questo tuo progetto poetico-dialogico-teatrale, ho tratto numerosi spunti di discussione.

    Le cose da dire sono davvero tante, sull'opera nella sua globalità e sui singoli quadri; vorrei allora cominciare a discutere con te dapprima intorno alle singole scene. Alla fine, approderò ad un giudizio complessivo che avrà risentito delle tue risposte e del dibattito, oltre che della sola opera (sulla quale ho anche tante domande da porre, approfittando della presenza e della disponibilità dell'Autore).

    Così come accade spesso in letteratura, il Preludio e i Quadri iniziali (I e II) contengono da soli abbastanza materiale da tenermi occupato per settimane; non ho alcuna premura, quindi procederò con un'impressione alla volta, dilatando il respiro del nostro dialogo e consentendomi di godere appieno di ogni sfumatura della tua rielaborazione di Dante.


    Comincio da una frase che giudico assai significativa, pronunciata dal "tuo" Dante nel Preludio.

    Prima, però, ho bisogno di un po' di delucidazioni sui ruoli: il "Dante" e il "Virgilio" del preludio sono quelli che successivamente vengono chiamati rispettivamente "Il Fiorentino" e "Il Mantovano"? Oppure si tratta di altre due figure, non menzionate nell'elenco d'apertura delle dramatis personae? Io ho scelto la prima ipotesi, poiché le idee che quei due esprimono e i toni della conversazione non somigliano certo a quelli dei tre Poeti (l'Antico, il Vecchio e il Giovane) che tu evochi successivamente e ai quali affidi il ruolo di depositari della tradizione dantesca.

    Ciò che sto per dire ora non è influenzato dalla precedente richiesta di spiegazioni - la considerazione è di altro tipo - ma apprezzerei che il dubbio fosse sciolto, così da inquadrare meglio l'assetto dell'opera.


    Torniamo alla battuta che mi ha colpito; eccola:

    Citazione Originariamente Scritto da euroroscini
    D – Esigere il piacere: un piacere di qualità, di classe… – il migliore! Piacere di sostanza, piacere di calibro, piacere di caratura.
    Messa in bocca al "devoto" Dante, è di certo una frase d'impatto, con gli accenti che ti sono cari e che ho imparato a riconoscere nella tua prosa; inoltre, penso che essa contenga un compendio piuttosto esauriente di tutto lo "Stabant Inferi" e descriva bene il rovesciamento di prospettiva che vi si attua quadro dopo quadro.

    Ciò non di meno, a questo punto mi sovviene una domanda specifica su quella frase; una curiosità sorta proprio a causa di quel passaggio stilisticamente così efficace e concettualmente così essenziale.

    Ecco la domanda: in cosa consiste, a tuo dire, quel piacere "di classe, di qualità, di sostanza, di calibro, di caratura" che si dovrebbe esigere? Da chi, poi, dovremmo pretenderlo, oltre che da noi stessi?

    È, innanzitutto, un piacere fisico, terreno, mortale da provare in vita? Oppure coincide con una liberazione psicologica dalla sudditanza nei confronti del complesso di colpa? Allude ad un'elevazione al di là del Bene e del Male? Preconizza una ricerca da condurre dopo la morte, in un qualche mondo ultraterreno? O che altro al di fuori di quanto qui scritto?

    So che la risposta ad una domanda del genere sarà necessariamente tua propria, legata a doppio filo alla tua sola esperienza biografica e forse incomunicabile ai lettori. Parimenti, prima di lanciarmi in esegesi troppo fantasiose mosse dai miei voli pindarici, vorrei conoscere la tua opinione al riguardo.


    La risposta - o una sua parte - mi aiuterà nel compiere un passo ulteriore, legato ad una mia disamina dell'esposizione di certe sensazioni che tu hai allestito nell'opera (e che è più in generale propria di tutta la narrativa focalizzata sull'aldilà e sui viaggi / estasi / visioni del Cielo e dell'Inferno).

    Non anticipo altro; come ho detto, in questo momento mi sono ripromesso una maggiore lentezza: un'idea alla volta, un pensiero dopo l'altro, piccoli passi per gustare ogni anfratto della discussione.


    Alla prossima, se vorrai.

    Leonov
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  10. #10
    Esperto L'avatar di euroroscini
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    Ciao, Leonov!


    io ho scelto la prima ipotesi
    Hai scelto bene: sono gli stessi… Ma il Mantovano e il Fiorentino del Preludio sono scenicamente distinti da quelli dei Quadri: abiti, luoghi, tempi. Il Preludio può avere – come scenografia – una piazza di città, un’aula universitaria, un interno di casa o di villa; adesso/nel tempo di oggi, o una/due generazioni fa, o fra duemila anni – che so – e in relativi abiti appropriati o fantasiosi dei due personaggi. Io non sono uno scenografo, ma mi piacerebbe vederli seduti a un tavolino di caffè ottocentesco collocato in mezzo a un traffico odierno (diradato e più di persone che di auto) in una qualsiasi piazza famosa d’Italia. E su che abiti assegnargli ci sarebbe da discutere molto e scegliere di conseguenza – ti pare? Gli abiti dei personaggi dei Quadri dovrebbero essere invece rigorosamente trecenteschi.



    in cosa consiste, a tuo dire, quel piacere

    Ritorni al ‘filosofico’!... Questo è difatti il punto centrale: il Paradiso cristiano non ha mai convinto, profondamente, il credente comune – penso; mentre l’Inferno cristiano è riuscito appena a terrorizzarlo. Perché? Qui però non allarghiamo il discorso e ragioniamo su un aspetto: dolore e piacere fisico|terreno|mortale (il tuo ternario mi piace) ha per me come parametri estremi e indiscutibili – fra innumerevoli – la nostra carne martoriata dal fuoco e i nostri nervi ubriacati d’orgasmo. Tra questi due punti diametrali – il Male e il Bene – pressoché istantanei ma necessariamente esperibili (affinché noi possiamo avere – poveri mortali! – una qualche nozione o infarinatura del dolore e del piacere) colloco/invento una zona centrale|giusta|bella che ogni individuo si disegna/dovrebbe a modo suo (io un triangolo perfettamente equilatero ecc. ecc.) chiamandola/identificandola col ‘paradiso’che più gli aggrada. Ma zona il più possibile stabile e duratura – questo è essenziale! Penserai: beh, non potevi essere più ermetico! Certo, sono ermetico: ché il mio piacere/dolore di cui sopra ha la valenza prima e imprescindibile del mio essere individuale, dell’appartenere solo a me stesso, del realizzare unicamente il mio EGO edonistico.

    Lo stesso discorso per il piacere/dolore psicologico: ognuno per sé ne trova/ne dovrebbe trovare e fissarne gli estremi e ricavarne la sua zona centrale (qui vedi tu).

    Idem per il piacere/dolore spirituale… (Vedi tu.)


    liberazione psicologica… complesso di colpa

    Il piacere a cui intendo sopra implica vuoi liberazioni vuoi complessi, ma entro limiti. Poiché vincoli/scioglimenti, colpe/crediti e quant’altro, se perimetrati bene e controllati assiduamente, sono pur utili affinché mi senta accettabilmente libero e soddisfatto (mi servono, se non altro, ad avere/non esaurire, anzi mantenere contatti con gli altri/col mio esterno). Invece le liberazioni da colpe generalizzate, collettivizzate o addirittura ancestrali non mi toccano/non mi hanno mai toccato tanto le ho sempre considerate ridicole e/o malate e/o dementi. (Da questo solo capisci, Leonov, la distanza che mi separa da mitologie sacralizzate, ideologizzate, tutte plagiatrici!) Comunque sia, se il proprio vincolo/il proprio complesso genera dolore – accade il più delle volte/lo capisco bene – l’individuo portatore dovrebbe staccarsi/allontanarsi il più possibile da questo limite estremo, guadagnando la sua zona centrale che stabilisce e gli compete. (E farlo possibilmente da solo, o almeno con l’aiuto di nessuno che abbia nervi|ossa|sangue come lui.)

    Stesso discorso nel versante del godimento esagerato e stordente: sia fisico (qui diciamo tutti ormai ‘potere’, ‘ricchezza’ e ‘sesso’); sia psicologico (esclusività, discriminazione, superiorità), sia spiritualistico (dalle regole d’obbedienza più minute e stolte agli accecamenti di fede più sadici e immondi).


    al di là del Bene e del Male

    Io direi piuttosto dentro una visione corretta del ‘bene’ e del ‘male’, che sono il nostro abituale terreno dove camminiamo. (Dovresti ormai saperlo quanto non sono binario e manicheo! Ma uso una metafora: tu chiamala parabola.) Immagino una terra rettangolare e piatta che corre nella sua lunghezza tra due catene – come binari – di montagne invalicabili. (Penserai: terribile!) La delimito nei suoi due lati stretti da una parte con un deserto sterminato e dall’altra con un oceano immenso. (Penserai: ancora più terribile!) Quindi popolo questa terra di tanta gente. (Qui comincerai a pensare che sono crudele…) E dove la colloco esattamente? In tante sparse città, villaggi e case isolate tra il deserto e l’oceano. (Qui penserai senz’altro che sono ovvio.) Già, ma la cosa non è generalizzabile ed universale: molta gente preferirà inoltrarsi e disperdersi per il deserto e molta altra inoltrarsi e disperdersi per l’oceano. (A questo punto, se mai mi chiedessi che voglio intendere con questa storiella minima, ti risponderei: te lo spiegherò in un’altra dimensione se ci si incontrerà!)


    una ricerca da condurre dopo la morte

    Ebbene sì, anche questo. (Qui anzi ti promuovo!)

    eu.ro

    P.S. Ti do un suggerimento… Perché non ti diverti a sceneggiare il mio ‘Stabant’? Hai le qualità giuste secondo me dello scenografo: razionalità, studio, fantasia di supporto (i tuoi ‘voli pindarici’ che ti assegni), interesse per la poesia, competenza semantica, amore per la scrittura; inoltre sei inserito a tutto sesto – mi sembra – nel Forum e hai ottimi rapporti – suppongo – con tutto lo staff di GT… Perché non ci regali una tua opera del genere? Ti apprezzerebbero in molti altri e la cosa avrebbe risonanza, soprattutto, nell’ambito che preme a Andrez.

  11. #11
    Esperto L'avatar di Andrez
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    Perché non ti diverti a sceneggiare il mio ‘Stabant’?



    Grazie a WWW che ha sopperito alla mia carenza d'intervento del bel video.

  12. #12
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    Allora, vediamo...

    Altro giro, altro piccolo passo nell'esplorazione di quest'opera di Euro Roscini, Stabant Inferi, pubblicata poco sopra (lo dico a beneficio di chi capitasse qui per la prima volta). Restiamo nell'ambito dei primissimi quadri, che ancora hanno molto da dire e comunicare.


    Prima però, un interludio.

    Euro, il tuo invito a sceneggiare l'opera è molto interessante e mi lusinga la tua considerazione. La mia esperienza scenotecnica è nulla e le mie immagini residue dell'Inferno sono piuttosto ortodosse, legate a doppio filo alle miniature medievali e alle straordinarie tavole di Gustave Doré.

    Possiamo provare, però; di certo sarà un'esperienza stimolante.

    Dico "possiamo" per due ragioni: la prima è che il tuo lavoro presenta già delle note scenografiche piuttosto precise - e tu stesso ne aggiungi durante le chiose; sono spunti molto interessanti e, soprattutto, vengono dall'Autore stesso dell'opera, che nel produrre le parole ha probabilmente immaginato anche un contesto visivo, uditivo, tattile, olfattivo e gustativo.

    In secondo luogo, l'operazione di allestimento della scenografia potrebbe nascere proprio dal dialogo e dall'approfondimento che stiamo conducendo, a latere del lavoro per così dire "critico-filologico".


    Non intendo però sfuggire all'impresa, dunque lascio qui il mio primo suggerimento: lo Speaker, ad esempio, potrebbe essere una figura che non entra mai "fisicamente" sulla scena, ma vi appare proiettato su un telo da cinema (immagini più o meno sgranate, più o meno "anticate"), o in voce da un altoparlante al centro del palco, o diffuso come se parlasse da un vecchio telefono di bachelite.

    Se visibile in volto, avrà magari l'aspetto di un lettore da telegiornale, però in posa da opinionista, appena ammiccante (sostiene pur sempre delle tesi); serio ma non impassibile, distaccato ma non neutrale.

    Il tono potrebbe essere quasi uniforme, con una ritmica appena accennata, impercettibilmente a scatti ma non troppo artificiale. Una cantilena in sottofondo con sporadici accenti da oratore consumato.

    Fammi sapere.


    Passiamo adesso ai Quadri I e II, nocciolo programmatico dell'opera e passi significativi per introdurre tutto quanto segue.

    Lo Speaker del Quadro I presenta il classico sistema binario "moralità / immoralità", prendendosela - se non ho capito male - con il predetto criterio di giudizio; sullo stesso tema si procede nel Quadro II, con un maggiore personalismo nello "attacco" a Dante.

    Oggi mi soffermo su quest'ultimo aspetto.

    Il titolo "Stabant Inferi", seppur ancora lievemente criptico, mi sembra il migliore del novero; lascio le provocazioni dure & pure ad altrettanto duri & puri ammiratori di quelle e mi stabilisco invece sui due cenni a Dante.

    Perché un'invocazione all'autore della Commedia (parlo di "O Danteeeee!")? E soprattutto, perché in quei termini?

    La tua rappresentazione, è manifesto, riposa sul capolavoro di Alighieri e ad esso si contrappone, tuttavia mi sfugge il valore di quel tuo accento irritato.

    Chiedere ad un ortodosso perché non sia un iconoclasta è un atto interessante da parte di chi fa la domanda, ma non ha molto peso su chi deve rispondere, specie se quest'ultimo non vede profondità nella questione e la bolla come un'esplosione di bizzarria.

    [Non so se sia proprio questa la scena cui avremmo assistito dopo la tua domanda al poeta, ma lui non può rispondere per ovvi motivi e dunque a noi non restano che congettura e speculazione.]

    Dante dimostra di credere profondamente nel sistema premi-punizioni che è posto a plinto portante della struttura dell'aldilà cristiano: inserisce sporadiche eccezioni, ma si tiene ben dentro i confini della logica a due valori di moralità e immoralità. Sa essere carnefice pietoso o pieno di rancore, benevolo salvatore e uomo del perdono, ma la sua cornice non si deforma mai troppo.

    Da quale episodio dell'opera dantesca si dovrebbe allora desumere che l'idea iniziale era diversa? Da quale indizi dedurre che Dante aveva ad esempio in mente una qualche tripartizione "morale / immorale / amorale", ma ha poi dovuto sacrificare il terzo elemento sull'altare di qualche interesse superiore?

    In sostanza, di nuovo: perché chiedere ad un prete cattolico come mai non sia un rabbino? Magari la cosa ha senso, ed è solo la miopia che mi impedisce di notarlo.


    Ecco perché preferisco "Stabant Inferi": si parte dall'universo dantesco - che non era già quello esatto della Teologia cristiana: di mio apprezzo lo sforzo nell'elaborare una variatio... - per muovere una critica più generica alla concezione dell'etica religiosa occidentale, senza accanirsi sulle convinzioni personali di un autore particolare che ha scritto ciò che ha scritto perché semplicemente così gli andava.


    Il Quadro I espande, approfondisce e rifinisce il concetto poi sintetizzato dal titolo, raccogliendo l'eredità del Preludio: qui il discorso diventa molto ampio, perché dall'ambito strettamente religioso si passa in fretta a quello sociale, legale e penale.

    Ho bisogno di più spazio e più tempo per farmi un'idea sul problema - e le repliche di Euro su Dante mi aiuteranno in tal senso. Ne parliamo, se vuoi, la prossima volta.

    A presto.

    Leonov


    P.S. [per i Lettori e gli Utenti]: Sentitevi pure liberi di collaborare alla discussione, eventualmente suggerendo soluzioni sceniche. La mia esperienza, l'ho detto, è pari a zero. Ogni contributo sarà gradito.

    Grazie per l'attenzione.
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  13. #13
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    Grazie, Leonov!... Sapevo di scommettere forte su un interlocutore che è persona eccezionale. Dici bene: "Stabant inferi" è il titolo migliore (tant'è che l'ho preferito di già come titolo io) e la tua 'variatio' è una pennellata semantica che assesti bene a delucidazione... Il secondo Quadro sì, aprirebbe prematuramente schieramenti e rigetti, dinieghi, antipatia: diventa del tutto inutile. E la tua idea del 'vecchio telefono di bachelite', per il primo, mi piace da morire! Ma non mi dici subito, almeno grosso modo, del "Preludio": in che modo lo collocheresti in scena? Inoltre... Il mio 'contesto visivo/uditivo/tattile' parte da quella miniatura che cito nel Quadro 11°: cercherò di fartela avere, di spedirla al Forum in qualche modo (anzi mi piacerebbe che apparisse, nella mia operetta, proprio immediatamente prima del quadro suddetto). Quando l'avrai sotto gli occhi constaterai da te quanto il miniaturista che l'ha dipinta avesse già nell'animo - seicento anni fa - un'idea dell'Inferno perfettamente diametrale a quella 'canonica' della Chiesa... Qui ti saluto, a presto, eu.ro

  14. #14
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    Per Euro.

    Solo alcune postille a carattere tecnico prima di rientrare in "animazione sospesa" per meglio studiare il tuo lavoro.


    - Lieto che l'idea del telefono ti sia piaciuta; a dire il vero l'avevo pensata proprio immaginando quella descrizione del Preludio del tuo intervento precedente, con una folla di persone in un localino tardo-ottocentesco. Al Preludio, però, non ho ancora pensato distintamente: vorrei che in esso fosse percepibile tanto il raccordo con ciò che verrà messo in scena dopo, quanto il distacco / astrazione proprio dell'avvio, un po' avulso dal contesto seguente. È forse la scena più difficile da costruire.


    - Non trovo affatto necessario sopprimere il Quadro II, anzi. Esso potrebbe essere proprio una breve fiammata improvvisa che segna il distacco tra l'inizio "mondano" e il seguito "ultraterreno".

    Torniamo quindi al Quadro I: la voce nel telefono - la cornetta magari è stata sollevata da un personaggio parlante o muto, vedremo poi - finisce il suo stringato monologo e qualcuno (lo stesso? un altro? ne parleremo) mette giù il microtelefono dell'apparecchio.

    Quella stessa persona potrebbe scandire quindi uno stentoreo, tonante "Stabant Inferi": parte un commento musicale, si abbassano le luci e si chiude il sipario per agevolare il cambio di scena.

    Dovremmo parlare di questa musica: potrebbe essere qualcosa di solenne, adatto al momento topico (consiglio i sempiterni, seppur molto abusati, Carmina Burana o un esordio da un Dies Irae di Verdi o Mozart, o ancora un Beethoven imponente), oppure, per contrasto, qualcosa di allegro e scanzonato (charleston filologico, jazz psichedelico, blues andante con brio), che introduca invece il tuo pensiero iconoclasta.


    - Per la miniatura, puoi senza dubbio aggiungerla qui se riesci a trovarne una versione digitalizzata in Rete: basta che tu segnali in questa discussione l'indirizzo dove essa è reperibile, poi chiederemo al Moderatore di zona di editare il tuo post inserendo l'immagine (un po' come ha già fatto ottimamente con il video della tua lectura Dantis).

    Oppure, se hai preso dimestichezza con gli strumenti del Forum, puoi occuparti tu stesso dell'inserimento (la guida generale per questo tipo di operazioni è alla pagina seguente).

    Segnala in ogni caso la fonte con il maggior numero di informazioni possibile: magari qualcun altro la trova e la piazza qui in poco tempo.


    - Ultima osservazione, estranea all'argomento qui trattato. Nei mesi in cui ho letto i tuoi interventi, non ho potuto fare a meno di notare la straordinaria padronanza che mostri di un lessico ricercato e molto particolare. Qui sei in buona compagnia - i letterati validi e linguisticamente creativi non mancano - e per questo motivo vorrei rivolgere anche a te un invito ufficiale.

    Credo tu sia la persona giusta per dare un contributo essenziale alla campagna "Adottiamo le Parole Dimenticate" che la sezione "Libri e Pubblicazioni" porta avanti da un po' - come si evince dal link in grande che ho nella mia firma, quello incluso tra due soli sorridenti.

    Per vedere aggiunte le parole che più ti piacciono nello scrigno in allestimento nella sezione "Lingua Italiana" del WikiGT, ti basta replicare con un post nella discussione che ti ho appena segnalato, facendoci conoscere i termini desueti, rari e specifici che maggiormente ti colpiscono o che usi più di frequente.

    Se poi, passando per la predetta sezione "Lingua Italiana" del WikiGT, tu pensassi di voler collaborare ancor più attivamente al progetto, basta un cenno di assenso e ti passiamo subito le istruzioni con gli standard di inserimento delle voci.

    Le procedure non sono affatto complesse e comunque bastano i primi tentativi affinché tutto diventi quasi automatico.


    Nell'attesa del sostegno iconografico della miniatura - e di un po' di tempo per elaborare nuove idee - ti saluto.

    Leonov
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  15. #15
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    Ho trovato l'immagine attraverso Yahoo Ricerca Immagini!... Ecco il link http://www.pasolini.net/divinacomm002.jpg
    Finalmente ci sono... - scusatemi per il ritardo (Andrez, Leonov...). Quest'immagine dovrebbe essere inserita immediatamente prima del Quadro 11: mi raccomando, ché ha un certo valore didascalico. Voi capite che già nell'animo del miniaturista stagnava un'idea dell'Inferno assai simile alla mia del Poemetto, no?!!
    eu.ro

  16. #16
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    QUALCHE RIGA...

    Sta quasi passando un mese è mi pare ‘decaduto’ il mio poemetto: va bene così. L’idea di pensare ad una sceneggiatura/scenografia mi sembra, in questo momento, del tutto improbabile: va bene così. Tuttavia vorrei che l’immagine del miniaturista del XV secolo, di cui ho parlato con Leonov, venisse inserita nel punto del mio poemetto (Quadro 11) che già indico nella ‘risposta rapida’… A mo’ di cippo o di erma (quasi a ricordarmi) per il lettore – assai improbabile anch’egli – che mai si trovi, frastornato sicuramente, a transitare fra quei miei versi. Grazie Andrez, grazie Leonov…: va bene così.
    eu.ro

  17. #17
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    Caro Euro,

    innanzitutto felice di rileggerti. La pausa che riscontri sul progresso della presente discussione è imputabile essenzialmente a tre cause:

    - Attendevo invero la tua opinione sulle soluzioni scenotecniche proposte nella mia ultima replica (post #14 di questa stessa discussione): senza un riscontro da parte dell'Autore mi risulta difficile capire se sto andando nella direzione giusta o sto stravolgendo il senso dell'opera. Attendo pertanto un tuo giudizio sulle mie idee di massima per i primi quadri.

    - Il periodo di Gennaio-Febbraio-Marzo vive di date di esami, scritti ed orali, che succhiano via tempo non solo al piacere letterario della scrittura e della lettura, ma addirittura alla necessità fisica di muoversi: sono da settimane in un ritiro claustrale domestico nel tentativo di coordinare tutte le nozioni per i prossimi esami. Da ex-studente universitario quale sei stato, potrai di certo capire il mio problema.

    - È arrivata la miniatura! Non è una cosa da poco - ne hai sottolineato più volte tu stesso l'importanza - ed essa abbisogna di un certo lavoro di esame per farla amalgamare con l'impianto non solo del tuo lavoro poetico, ma con l'idea che io stesso mi sono fatto di quello.


    A breve (spero) le nubi degli impegni burocratici si diraderanno e potrò riaprirmi alla congettura sul tuo "Stabant Inferi", che non ho dimenticato, ma solo momentaneamente messo in pausa.

    Una buona giornata a te. A rileggerci presto.
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  18. #18
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  19. #19
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    Una curiosità sulla miniatura

    Approfitto di una breve finestra di libertà per soffermarmi ancora una volta sulla miniatura da te individuata, Euro.


    Nel rimirarne l'inattesa serenità, la strana calma, l'insospettabile flemma che vi aleggia, sono stato però colto da un dubbio di natura tecnica. Mi spiego subito.

    Nella "Commedia", Dante e Virgilio sfruttano per due volte un passaggio da parte di un traghettatore infernale: la prima volta si affidano a Caronte per attraversare il fiume Acheronte; la seconda saltano sul piccolo naviglio di Flegiàs per superare una palude - credo quella generata dalla stagnazione del fiume Stige - ed approdare infine alle Mura della Città di Dite, l'Inferno profondo.

    Poiché sullo sfondo della miniatura si nota distintamente una città fortificata, mi domandavo se barcaiolo e lancia fossero quelle di Caronte o di Flegiàs. Ciò non cambia nulla nella prospettiva, ovviamente, né incide sull'atmosfera della miniatura, ma ero incuriosito dal fortilizio turrito in fondo.

    È per caso il Nobile Castello del Limbo, con i suoi quattordici ordini di mura in cui sostano indolenti gli Spiriti Magni dei virtuosi non battezzati (altrimenti detto "Seno di Abramo"), oppure è la tetra e possente Città Infernale, guardata a vista dalle tre Furie e da Medusa, per entrare nella quale deve giungere un Angelo in provvidenziale soccorso al Poeta e al suo Vate?


    Qualcuno per caso ha la risposta a questa mia pedante e superflua curiosità?
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