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Plastic Free: benedetta o maledetta plastica?

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    Plastic Free: benedetta o maledetta plastica?

    Dario Bressanini ha scritto un post su Facebook che vorrei condividere qua perchè lo ritengo importante. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate.




    BENEDETTA PLASTICA

    Ma chi l’ha detto che #zeroplastic e #plasticfree abbiano sempre senso?

    Solo perché noi pensiamo che in un determinano prodotto quel pezzo di plastica sia inutile non vuol mica dire che lo sia veramente. Magari si, magari no. Potrebbe anche voler dire che non ne sappiamo abbastanza e quindi dovremmo quantomeno avere l’umiltà di fermarci un secondo, almeno uno, e pensare “io non capisco perché c’è questo pezzo di plastica ma magari, magari, qualcun altro ci ha pensato più a lungo di quello che ho fatto io e ha deciso che era meglio mettercelo”. D’accordo, è più di un secondo ma avete capito.
    Siamo nel pieno del movimento #plasticfree e non ne capisco il motivo. O meglio, lo so: la plastica è associata all’inquinamento: tartarughe e delfini soffocati dai sacchetti, isole enormi di bottiglie che galleggiano nell’oceano e così via. Ma il problema non è forse chi l’abbandona invece di riciclarla?

    Dice “ma non è biodegradabile!”. A parte che questo non sarebbe comunque un problema se non venisse abbandonata (per dire, neppure il vetro è biodegradabile, o gli ossidi metallici che vi spalmate addosso nelle creme solari). E che biodegradabile non è comunque sinonimo di “non inquinante”: ci sono pure plastiche bioplastiche biodegradabili.

    Dice “ma deriva dal petrolio, una fonte non rinnovabile!”. Anche qui: a parte che ci sono plastiche che non derivano dal petrolio (derivano da biomasse e sono chiamate anche loro bioplastiche creando un po’ di confusione), ma anche i metalli che usiamo, dall’alluminio al ferro, sono da fonti non rinnovabili, e quindi? Si sono creati nel nucleo delle stelle qualche miliardo di anni fa e nonostante gli alchimisti ci abbiano provato a lungo a trasformare il piombo in oro, ora sappiamo che non si può creare l’alluminio a partire dal silicio della sabbia dei deserti. “Ah ma le lattine di alluminio le riciclo!”. Bravo, e ci mancherebbe! Ma non puoi farlo anche con la plastica? E se è del tipo non riciclabile comunque fai correttamente la raccolta differenziata?

    “Si vabbè, ma non vedi quei broccoli avvolti uno ad uno nella plastica? Non è uno spreco? A che serve? I broccoli si sono sempre venduti nella cassetta. Dai, è ovvio che sia uno spreco di risorse.”

    Mi conoscete: non ho mai sopportato i discorsi ipersemplificati. No, mi correggo: li odio proprio. La realtà è complessa e di persone o associazioni che si comportano come i fisici nella famosa (tra i nerd) barzelletta del cavallo sferico non ne abbiamo bisogno nella vita reale. La complessità la si spiega, la si racconta, la si dipana, non la si nasconde sotto il tappeto perché “tanto non capirebbero”.
    So benissimo – perché di comunicazione qualcosa ne capisco – che i messaggi delle campagne sono volutamente supersemplici e dogmatici. Sì a questo No a quello. #Stop a questo, #Free a quello.

    Nessuno aderisce e dà il 5 per mille a
    #NoPlasticaInutileMaSoloSeDavveroInutileMaSeLaRici cloVaBeneEPoiSeèBioplasticaOkEComunqueSiDeveVedere CasoPerCaso.

    Se si vuole l’adesione in massa, se si vogliono le decine di migliaia di foto su Instagram o di messaggi su Twitter con il tag, non si può chiedere di dover pensare di volta in volta cosa è bene e cosa è male. Cosa è giusto e cosa è sbagliato. “Troppo sbatti”, come dicono i giovani, “dammi un hashtag facile che non ho tempo di pensare, che devo andare al concerto sulla spiaggia”.

    Se non mi piacciono le semplificazioni drastiche, adoro invece le provocazioni come strumento di creazione di una sorta di dissonanza cognitiva. Come lo è l’immagine che vedete che ho creato alterando il meme originale dove il “cattivo” è il broccolo con l’odiata e “inutile” plastica. Ma è davvero inutile? È uno spreco di risorse? E *quali* risorse esattamente?

    A che serve la pellicola che ricopre i broccoli? “Beh, facile dai, è solo una questione di igiene!”. Sicuramente l’igiene migliora con la pellicola, ma perché non lo fanno anche con le patate o le melanzane? E già che parliamo di plastica, tu che sei #noplastic li usi i guanti di plastica usa e getta? No perché ti ho visto scaccolarti prima di tastare, senza guanti, quelle pesche che poi hai lasciato nella cesta!

    Dicevo che no, non è per una questione di igiene. I broccoli sono tra i vegetali che hanno una velocità di respirazione elevatissima. Ricordate che sono dei fiori immaturi, e una volta tagliati dalla pianta non hanno più l’apporto di acqua e sostanze nutritive, e cominciano a consumare quello che hanno dentro. Certo, dalla raccolta sino a quando sono stati messi sugli scaffali sono stati raffreddati per evitare che appassissero, ma ora sono lì nella cesta, a temperatura ambiente. Si sgonfiano, perdono di turgore, rammolliscono, si ingialliscono nel giro di pochi giorni e poi vengono buttati perché nessuno li vuole comprare.

    Tu li compreresti? “Beh, no, però insomma è uno spreco”. Certo, ma tu perché non li compri? “Beh, in realtà nel fine settimana pensavo proprio di fare una pasta con broccoli, aglio olio e peperoncino, ma a questo punto li compro tra tre giorni, e belli verdi. Questi stanno ingiallendo! Ma dico io, l’agricoltore non poteva aspettare a raccoglierli? Cioè, scusa, io stasera ho il concerto in spiaggia, non cucino, e se li compro ora tra tre giorni nel frigorifero sono da buttare.”

    A qualcuno magari sembrerà strano ma c’è chi per mestiere studia il modo di conservare al meglio il cibo, compresi i broccoli. E se si va su Google Scholar e si scrive “allintitle: broccoli shelf life”, si trovano più di 80 articoli che hanno nel titolo quelle parole chiave. E alcuni di questi spiegano perché usare una pellicola di plastica su ogni singolo broccolo sia una buona idea. Dai test che hanno fatto, un broccolo dopo 5 giorni dalla raccolta tenuto a temperatura ambiente ha una riduzione della qualità talmente elevata che un panel di assaggiatori addestrato lo considera sotto il livello si accettabilità. Invece conservandolo in un film fatto apposta si è conservato fino a 20 giorni con quasi nessuna degradazione della qualità, e sugli scaffali rimane verde, turgido e buono da cucinare ancora per molti giorni.

    Quella che per alcuni sembra solo “plasticaccia” è un materiale altamente tecnologico. Fatto apposta per regolare la quantità di ossigeno e di anidride carbonica all’interno. Perché se il problema dei broccoli – così come di vari altri vegetali – è quello di avere un metabolismo veloce, allora lo si può rallentare riducendo la concentrazione di ossigeno all’interno della confezione e aumentando quella di anidride carbonica.

    Vedi? Qualcuno pensa ai problemi, li definisce bene, cerca delle soluzioni, e magari le trova anche. E la ricerca è molto attiva nel produrre sempre nuovi materiali: alcune di queste plastiche hanno delle microperforazioni per permettere il passaggio regolato di gas, altre contengono delle sostanze che assorbono, per esempio, l’etilene, che è un gas rilasciato dagli stessi vegetali per accelerare la maturazione e il decadimento. Riducendo l’etilene i vegetali durano di più.

    “Si vabbè, ma alla fine è solo un broccolo, possiamo buttarlo nell’umido e non è un grosso spreco, no?”.

    Col cavolo, ciccio! Quando butti quel broccolo perché insisti stupidamente nel non volere la plastica protettiva stai anche buttando tutta l’acqua di irrigazione che è servita per crescerlo. Stai buttando i fertilizzanti usati per concimarlo. L’energia necessaria per sintetizzare gli agrofarmaci per far sì che arrivi sano al supermercato. Stai buttando il carburante usato dalle macchine per lavorare il terreno, seminarlo, raccoglierlo, lavarlo, confezionarlo e trasportarlo fino al punto vendita. Stai buttando anche la plastica, eggià, servita per non far crescere le erbacce a fianco. Devo continuare? Quindi no, col cavolo che butti via “solo un broccolo”. (Anche se sempre di Brassica oleracea si tratta)
    Quella poca plastica protettiva serve a evitare uno spreco potenzialmente maggiore, che non è solo uno spreco alimentare.

    Morale della favola: sì, qualcuno ci aveva pensato, solo che tu non lo sapevi, e non ti sei fatto venire il minimo dubbio. Eri già pronto con il cellulare a fare la foto instagrammabile del broccolo con un bel #plasticfree e poi via di corsa al concerto sulla spiaggia. Demonizzare la plastica solo perché è plastica è stupido. Quindi ragiona la prossima volta prima di aderire senza pensarci a una campagna di questo tipo. Questi slogan sono subdoli perché ci fanno sentire buoni, e tutti vogliamo giustamente lasciare ai nostri figli un ambiente migliore di quello che abbiamo ricevuto. Ma la voglia di sentirci “dalla parte giusta” può farci abbassare le difese del pensiero critico e farci aderire acriticamente più per sentirci delle persone migliori che non per, effettivamente, dare il nostro contributo per un mondo migliore.

    E mi raccomando, usa la testa: quello che ti ho detto non è l’autorizzazione, al tuo concerto sulla spiaggia, a buttare la tua bottiglietta d’acqua in bioplastica biodegradabile (no, bevande in lattine e bottiglie di vetro non sono ammesse). Però puoi portarti una borraccia. Di plastica, ovvio.

    #CasoPerCaso

    Dario Bressanini
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